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Ristorante Tipicamente

Recensione a cura di Monica Piscitelli


In una serata di lavoro nel Vulture consulto velocemente la guida dell’Espresso in cerca di un luogo dove cenare che coniughi la possibilità di visitare un borgo carino. 

Trovo San Fele sulle mappe e con lui Tipicamente.

Sanno costruire con incredibile abilità, casa su casa, i lucani, da tempi remoti. San Fele è un alveare di case su una collinetta che sembra un seno di donna rivolto al cielo. Le case colorate stanno in equilibrio sulle violente pendenze con serena immutabilità, mentre gli abitanti sembrano anime in cerca di qualcosa di nuovo da osservare.

Un pallido tramonto rosa mi saluta mentre mi metto alla ricerca del locale chiedendo informazioni agli abitanti che enumerano i locali del posto (tre in tutto) senza trovar traccia nella memoria di quello che cerco io.
Dopo una seconda e terza occhiata al luogo sul quale confluiscono le indicazioni, scopro che il “Caffè Blues” che tutti mi segnalano coincide proprio con “Tipicamente”, ma che l’insegna non si vede.

Ci fanno accomodare nella sala del locale che stride con l’esterno: di una ricercata modernità, giocata sui toni dell’arancio e del legno di mogano, sottolineata da un sottofondo di musica jazz e da alcune lampade minimal dai toni caldi.
Roberto, il responsabile della sala, accoglie gli ospiti con sollecita sicurezza proponendo un aperitivo e la carta, anzi le due carte perché essendo ancora in corso il passaggio stagionale, sono disponibili sia i piatti dell’inverno che quelli primaverili.

In cucina c’è Antonio Puppio giovane chef di San Severino Lucano che da poco più di due anni, dopo una serie di esperienze al nord Italia, con alcuni amici ha deciso di intraprendere la strada di questo locale che cavalca, con sapori decisi, e una speciale abilità nei dolci, l’onda della cucina creativa applicata alla tradizione locale con ampio ricorso alla dispensa del Sud Italia e della Basilicata in particolare. Sono presenti nel menù: Melanzane di Rotonda, Peperoni di Senise, carne di Podolica, Pecorino Carmasciano, patate del Pollino, Pecorino di Moliterno, Burrata di Andria e altro.
Ammirevole l’impresa di questo locale in un luogo così isolato e che, decisamente, se non fosse per la affezionata clientela proveniente da Melfi, Calitri, Salerno e Napoli stenterebbe a trovare un linguaggio comprensibile per gli abitanti del posto.
Tre proposte di menù: quella di Roberto che inizia con un aperitivo e si conclude con la piccola pasticceria dello chef; quella di Giuseppe (l’aiuto chef) che aggiunge anche una zuppa e, infine, quella dello chef , un po’ più ampia.
Poi la carta, incredibilmente ricca di primi e di secondi. Vini, principalmente locali, tra i quali scelgo Dioniso della cantina Eleano che sostiene a dovere la cucina saporosa dello chef, estremamente ragionata e curata nella presentazione.

Sfila così la Entrèe proposta dalla casa: Zeppolina su burrata di Andria, alice marinata e salsa di pomodoro, un piatto intenso e fresco che alla croccantezza della zeppola alterna la succulenza dei altri elementi ma che fa del pomodoro fresco lavorato con della cipolla come se fosse un gaspacho il suo magnifico slancio. Chi ben comincia!
Segue l’antipasto: il Cestino di polenta con caciocavallo Podolico, funghi e salsicce la cui presentazione, con un ciuffo di rucola croccante, è piacevolissima ma che non trova il bilanciamento alla grassezza del formaggio e alla pastosità della polenta.
Il primo: Zattera di cannazze con ragù di pomodoro al forno e cardoncelli su crema di patate affumicate che è un piatto dell’infanzia dello chef: ziti spezzati lunghi e disposti a mo’ di zattera, in passato fatto con il ragù di maiale. Saporoso e un po’ antico, forse un po’ troppo asciutto a chi è abituato a quello di stile napoletano.
Poi il secondo: il Controfiletto cotto a bassa temperatura alla arancia staccia di Tursi su letto di pomodori secchi e carciofi di Caggiano (sostituiti, questi, con gli asparagi) che propone un piacevolissimo gioco di profumi e acidità con l’arancia, sebbene non eccella nella tenerezza della carne. Grande lavoro sui dolci, dicevo, per i quali lo chef mostra una predilezione dedicandogli lunghe ore in cucina. Risultato: non sono in carta perché ogni giorno ne propone 6 o 7 diversi. Io provo la piccola pasticceria: un tartufo con peperone di Senise, un biscotto con le mandorle, un croccantino al cioccolato bianco e un piccolo dolce al bicchiere con vaniglia e sciroppo di fragoline.

Aperto la sera, domenica a pranzo.
Chiuso lunedì